Barnard: io, Ferrari, Mansell, Prost e il lambrusco

C’era una volta la Formula 1 dei geni. Quelli che sapevano progettare una monoposto dal primo all’ultimo bullone, poi ci mettevano un motore e la facevano volare. Due di quegli uomini di un tempo che non c’è più sono in visita alla mostra dedicata ai nemici del Drake che ancora per qualche settimana si può visitare al Mauto di Torino.

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John Barnard e Patrick Head sembrano due bambini tornati nella stanza dei giochi. Hanno 80 anni portati bene, accompagnati dalle rispettive signore (la signora Head è italiana). Non sono mai stati così chiacchieroni in tutta la loro carriera. John Barnard però non è stato solo un avversario del Drake. Lui è stato anche la Ferrari, l’antenna tecnologica della Ferrari in Inghilterra. E infatti si mette in posa davanti alla F1 89 che con Nigel Mansell vinse all’esordio in Brasile nel 1989, prima vettura della storia a montare un cambio semiautomatico al volante, probabilmente la monoposto che ha cambiato di più la storia dell’automobile, visto che ogni auto sportiva (e non) oggi monta quel tipo di cambio al volante. “Pensare se solo avessi brevettato quell’idea e avessi incassato una sterlina a cambio…”, scherza.

“In realtà non ho mai pensato che quel cambio potesse diventare importante anche per le auto stradali. Io pensavo solo ad aiutare il pilota e a farlo andare più veloce e più che altro lavoravo per renderlo affidabile”. Perché all’inizio, quella soluzione non era esattamente il massimo. Per colpa di un attuatore lasciava spesso a piedi Mansell e Berger. “Ricordo che quella mattina a Rio, Cesare Fiorio che era a capo della Scuderia, propose di mettere poca benzina per scattare in testa e restarci fino alla rottura che dava per scontata. Ma Nigel si oppose. Non si sa mai, disse e così andò a vincere… In fin dei conti quell’anno vincemmo tre gare, più di quante ne anno vinte quest’anno”.

Barnard fa un’altra considerazione: “Oggi non so se un’idea come quella potrebbe arrivare in pista. Oggi le regole impediscono di provare e invece mi ricordo che in quegli anni provammo tantissimo per mettere a punto quel cambio che poi tutto il mondo ci copiò. Mansell all’inizio era un po’ perplesso, lui era un racer pure e non gli andava che un particolare compromettesse l’affidabilità… ma poi capì i vantaggi…”.

Barnard guarda la F1 89 e dice di considerarla la sua auto del cuore per quanto riguarda la Formula 1. Anche di più delle McLaren Mp 4 /1 con cui introdusse il telaio in fibra di carbonio. L’auto di cui è più orgoglioso non è una Formula 1, ma la Chapparal che vinse a Indianapolis nel 1980: “Un’auto che disegnai completamente da solo, con l’aiuto di due sole altre persone, lavorando nello studio di mio padre…”. Rimpianti? Uno grande e grosso. “Se avessi saputo che nel 1990 sarebbe arrivato in Ferrari Alain Prost non sarei andato alla Benetton. Alain ha sfiorato il titolo con la macchina che lasciai a Maranello, ma se fossi rimasto… Con lui lavoravo davvero bene, era un pilota che trasmetteva tanto agli ingegneri”.

La Ferrari nel cuore. “Immaginatevi un progettista quarantenne che viene convocato dall’ingegner Ferrari. Mi mandarono un aereo privato una domenica per non insospettire la McLaren. Pranzai con Ferrari ma ci parlammo solo attraverso la traduzione di Marco Piccinini. La Ferrari era la Ferrari io in quel momento mi sentii in paradiso. Capisco perché Hamilton abbia voluto andarci, ingaggio a parte. La Ferrari era ed è speciale”.

Detto dall’uomo che bandì il lambrusco dai tavoli dei meccanici: “No, fermi tutti. Non fu una mia idea. Piccinini mi chiese che cosa facevano i meccanici Mc Laren tra una prova e l’altra. Io dissi che mangiavano un sandwich e bevevamo un caffè continuando a lavorare. Allora lui decise di fare lo stesso in Ferrari e dai tavoli sparirono lambrusco e tortellini. Diedero la colpa a me, ma l’idea non era mia”. Cin cin.

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umberto zapelloni

Nel 1984 entro a il Giornale di Montanelli dove dal 1988 mi occupo essenzalmente di motori. Nel gennaio 2001 sono passato al Corriere della Sera dove poi sono diventato responsabile dello Sport e dei motori. Dal marzo 2006 all'aprile 2018 sono stato vicedirettore de La Gazzetta dello Sport

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